Il premio Nobel Eli Wiesel ieri alla Camera per la Giornata della Memoria

giovedì, 28 gennaio 2010

una immagine rappresentativa della notizia"Ricordare il passato serve ai vivi".

Lo scrittore ebreo rumeno naturalizzato statunitense (e di lingua francese), è la quarta persona nella storia a parlare nell'aula di Montecitorio: prima di lui, questo onore era stato concesso al leader dell'Olp Yasser Arafat (nel 1982), al re di Spagna Juan Carlos (nel 1998, in ossequio al fatto che il monarca è romano di nascita) e a Papa Giovanni Paolo II (il 14 novembre 2002). Il premio Nobel per la Pace 1986 ha ringraziato l'Italia per la solidarietà testimoniata nel ricordo della Shoah, affermando che «questo paese costituisce un modello perché la commemorazione in Italia abbraccia tutte le sfere della società». «Dovremo però dedicare questa giornata - ha proseguito Wiesel - non solo al ricordo, ma anche alla riflessione, alla presa di coscienza perchè il silenzio non aiuta mai la vittima ma sempre l'aggressore. Se Auschwitz non ha guarito il mondo dall'antisemitismo - si è chiesto Wiesel - cosa potrà guarirlo?». «Dal passato abbiamo imparato che l'antisemitismo è un'infamia e il razzismo è stupido ma non dobbiamo consentire che il nostro passato diventi il futuro dei nostri figli», ha proseguito il premio Nobel, che si è scagliato contro il presidente iraniano Ahmadinejad e i suoi attacchi allo Stato di Israele: «Come si può trattare con Ahmadinedjad? Come osa dire che lo Stato di Israele deve essere distrutto? La mia idea, e non so se sia praticabile, è che dovrebbe essere arrestato e tradotto dinanzi alla Corte de L'Aja e accusato di crimini contro l'umanità». Secondo Wiesel anche gli attentati prodotti dal fanatismo religioso sono «un crimine contro l'umanità»: per questo lo scrittore ebreo ha fatto appello all'aula di Montecitorio e al governo italiano perchè si impegni a contrastare duramente questo fenomeno.

Tornando alle memorie dell'Olocausto, Wiesel ha ricordato come in Italia ci siano state «persone coraggiose e nobili che hanno aiutato gli ebrei. Ma quanti hanno corso il rischio e aperto la loro casa ad una famiglia ebrea?». Rammentando come una famiglia di italiani a Marsiglia abbia salvato dalla deportazione sua moglie, Wiesel ha voluto ricordare anche gli ebrei italiani internati ad Auschwitz: «Ho incrociato forse Primo Levi, fummo assegnati alla stessa baracca. Ricordo il treno che ci portava a Buchenwald, ricordo la tormenta di neve. E le parole di Levi, dopo, che dice che ad Auschwitz non c'era luce». La domanda lacerante che risuona ancora nella mente e nel cuore di Wiesel è: perche? «Perchè Hitler e i suoi accoliti, nati nel cuore del cristianesimo hanno fatto questo?» e perchè le nazionai democratiche durante la II Guerra Mondiale non hanno bombardato le ferrovie che portavano ad Auschwitz? «Nessuno dei presidenti iamericani a cui ho posto questa domanda mi ha saputo rispondere».

Lo scrittore ha infine chiesto alle autorità italiane di impegnarsi per la liberazione di Shalit, il soldato ebreo in mano ad Hamas, e ha dedicato un passaggio del suo intervento alla questione israelo-palestinese, dicendosi fiducioso che la pace, alla fine, potrà sopraggiungere: «Se Israele è stato capace di stringere la pace con la Germania - ha concluso - certamente sarà capace di farlo con i suoi vicini».

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