giovedì, 1 dicembre 2011
LAURA FRONER. Signor Presidente, come ha ricordato l'onorevole Mattesini nei giorni scorsi, in un momento di crisi come questo parlare di gemme e di pietre preziose può sembrare in qualche modo improprio; invece la gemmologia è una componente essenziale del comparto orafo-argentiero-gioielliero, uno dei settori del made in Italy che più ha contribuito all'immagine dell'Italia all'estero riuscendo a conquistarsi negli anni i primi posti nel mondo grazie alla creatività, al design, all'innovazione di prodotto e di processo, ed alla capacità di adottare sofisticate tecnologie assieme all'artigianalità di prodotti manufatti. È un settore che si concentra in alcuni distretti di punta come Arezzo, Vicenza, Valenza Po, Napoli per l'oreficeria e la gioielleria in oro, Padova, Firenze, Palermo per l'argenteria, e che conta circa di 10.600 unità produttive in tutta Italia; dà lavoro diretto ad oltre 60 mila addetti, cui va aggiunto il valore della filiera distributiva, circa 24 mila punti in tutta Italia, e l'indotto: sistemi fieristici, assicurazioni, sistemi di sicurezza, trasporto valori ed altro.
Ma il mercato degli oggetti preziosi vive ora una prolungata fase di crisi. Sui mercati internazionali si sono prodotti grandi cambiamenti, e il nostro Paese, che sembrava leader indiscusso nel settore orafo, ha sperimentato con la globalizzazione la perdita di consistenti quote di mercato. Ricordo che all'inizio degli anni Novanta la posizione dell'industria italiana era molto solida nel panorama internazionale, e il nostro Paese non solo si aggiudicava con largo margine il primato della produzione, ma rappresentava l'unica realtà, tra i Paesi di una certa consistenza in termini di offerta, capace di piazzare sui mercati esteri il grosso della produzione.
La dipendenza dal mercato interno si fermava al 31,5 per cento del quantitativo prodotto, una posizione apparentemente inattaccabile proprio perché mantenuta a lungo nel settore a tecnologia matura. Risultavamo protetti dalla concorrenza dei Paesi emergenti per almeno tre motivi: per la limitata incidenza del costo del lavoro sul prezzo finale del prodotto a causa dell'elevato valore della materia prima; per il primato indiscusso in fatto di stile e di tecnologia; per l'organizzazione finanziaria Pag. 82a supporto dell'approvvigionamento di metallo. Ma a partire dalla seconda metà dello scorso decennio la situazione è andata rapidamente mutando.
Sono intervenuti diversi fattori nuovi, sia sul fronte del mercato, che su quello della produzione. Conseguentemente l'Italia ha perso la leadership mondiale e la produzione di gioielli è calata in modo drammatico, sia sul mercato interno, che estero. Negli USA, il principale mercato di sbocco, le esportazioni sono diminuite del 75 per cento in valore. Parallelamente, sono aumentate in modo impetuoso le quote di mercato dei nostri principali competitors sui nostri mercati di esportazione ed anche in Italia il fatturato è sceso del 25 per cento. La crisi economico-finanziaria ha aumentato in modo esponenziale la difficoltà del comparto. Il continuo incremento delle materie prime che, da oltre due anni, stabiliscono record nelle quotazioni, ha una ricaduta sulle imprese in termini di incertezze e di blocco degli ordini, riduzione dei margini, maggiore esposizione nei confronti del sistema bancario. Il comparto orafo-argentiero-gioielliero necessita, quindi, di specifiche e molteplici politiche di sostegno a partire dal miglioramento delle condizioni di accesso dei gioielli sul mercato internazionale. Infatti, a causa dei dazi, i gioielli italiani non riescono a raggiungere, a prezzi concorrenziali, circa il 60 per cento dei consumatori mondiali. Mentre un gioiello italiano per entrare in Cina paga un dazio che va dal 25 al 30 per cento, un gioiello cinese per entrare in Italia o in Europa paga il 2,5 per cento, alimentando così la concorrenza sleale e il mercato nero.
Per favorire l'internazionalizzazione dell'oreficeria italiana occorre supportare i progetti delle imprese che vanno spinte ad associarsi. Deve essere, altresì, rafforzata la capacità di analisi dei mercati esteri attraverso studi di fattibilità mirati all'ingresso ed al rafforzamento nei mercati emergenti, così come sono indispensabili azioni innovative di promozione e di commercializzazione con la creazione di stabili organizzazioni all'estero. Inoltre, alla tutela del prodotto made in Italy, va affiancata la lotta contro la contraffazione che risulta essere in aumento e che necessita di un rafforzamento del monitoraggio a livello doganale sulle importazioni in Italia di prodotti realizzati in Paesi extra Unione europea, ma recanti il marchio di identificazione italiano. Con questo provvedimento, sul quale dichiaro il voto favorevole del mio gruppo, si intende dare un contributo al rafforzamento del made in Italy intervenendo in un settore dove si registra un quadro di insufficiente regolamentazione e si vuole dare una risposta rigorosa, concreta, ma anche positiva, che persegua la trasparenza del mercato, la specializzazione di tutta la filiera e la tutela del consumatore. Il provvedimento si pone infatti in primo luogo l'obiettivo di tutelare il consumatore offrendogli la possibilità di essere edotto, in modo chiaro ed inequivocabile, sulle caratteristiche del prodotto che vuole acquistare; in secondo luogo, vuole rendere responsabile l'operatore, sia esso importatore, grossista, fabbricante o dettagliante, della denominazione della qualità delle merci che propone alla clientela; in terzo luogo, intende ostacolare la concorrenza sleale di alcuni operatori, italiani o esteri che siano, che spesso, per incompetenza ma anche per dolo, usano terminologie ingannevoli e poco appropriate e sfruttano, in qualche modo, l'ignoranza del consumatore. L'ultimo obiettivo è quello di voler fornire agli operatori uno strumento che ne esalti le professionalità e, nel contempo, li tuteli in un processo che tenga insieme trasparenza ma anche semplificazione.
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