venerdì, 14 ottobre 2011

ANMIL - Il mio intervento alla 61ª giornata nazionale per vittime incidenti sul lavoro

di Laura Froner

Un mese fa ad Arpino l’esplosione di una fabbrica di fuochi d’artificio ha provocato sei morti. Pochi giorni fa a Barletta sono morte 5 donne. Tutte donne giovani, tutte – tranne la piccola Maria - operaie in nero, morte nel crollo della pericolante palazzina che ospitava l’opificio, dove lavoravano dalle 8 alle 14 ore, per  3,95 euro all'ora - quattro euro al massimo se specializzate. Certo, con ferie e tredicesima pagate,  ma senza contratto, senza alcuna forma di tutela assicurativa o previdenziale. 
Io mi chiedo se sia lecito e possibile nel nostro Paese morire per 4 euro all’ora. O restare invalidi per tutta la vita, portarsi dietro un tale carico di sofferenze, per sé, per le famiglie, per un lavoro che non può neppure più dirsi tale.In Italia si continua a morire di lavoro. E i numeri resi noti nella Giornata dedicata alle vittime di degli incidenti sul lavoro parlano chiaro. Questa tragica situazione è lo specchio di una fondamentale regressione dal punto di vista della cultura del lavoro e della protezione dei lavoratori e dei loro diritti. La crisi che attraversiamo funge senz’altro da volano per un ritorno a forme abbiette di caporalato, di sfruttamento e umiliazione di diverse categorie di lavoratori (senz’altro le più deboli) nella quasi totale indifferenza di un Governo che sembra dimenticare il cittadino e la sua dignitosa sopravvivenza, nonché la tutela della vita di chi è sopravvissuto a incidenti sul lavoro e delle famiglie delle vittime.In questo panorama tragico la prima mossa da fare è globale, occorre intervenire su una visione d’insieme, politica e istituzionale, normativa. E le norme, le leggi – anche se perfettibili – esistono e le dobbiamo difendere e far applicare, nonostante vi siano ripetuti tentativi di mettere da parte la sicurezza e la tutela dei propri cittadini in nome di una fantomatica semplificazione che contribuirebbe al risparmio di risorse e agevolerebbe il rispetto delle norme stesse. La situazione è invece opposta. La cultura della regola e della sicurezza deve essere –sempre e ovunque – al primo posto.In questo direzione, per difendere le norme esistenti da continui attacchi, il Gruppo Parlamentare PD ha ottenuto significativi risultati. Nel campo innanzitutto della prevenzione dei fenomeni di sfruttamento nel lavoro sommerso, che è il territorio più fertile e rischioso, dove accade la stragrande maggioranza degli incidenti mortali e invalidanti.Con l’approvazione di un emendamento al cosiddetto decreto sviluppo, si è introdotta una nuova disposizione nel codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture, volta a prevedere che, nella determinazione del prezzo più basso richiesto dalle amministrazioni pubbliche per l’assegnazione di una commessa di beni e di servizi, siano esclusi i costi relativi alle retribuzioni del personale. Un altro attacco ai diritti dei lavoratori, dei disabili per la precisione, è arrivato quando il Governo aveva tentato di cancellare l’obbligo per le aziende di presentare una autocertificazione del rispetto delle quote minime di persone disabili assunte, quote necessarie per partecipare alle gare d’appalto nella Pubblica amministrazione. Anche in questo caso un emendamento del Pd ha  ripristinato l’obbligo per  tutti i fornitori della Pubblica Amministrazione di presentare il certificato di autocertificazione, ai sensi della legge sul collocamento obbligatorio dei lavoratori disabili.  Grazie al nostro lavoro, fatto insieme alle associazioni e ai familiari dei disabili, siamo riusciti a cancellare queste norme discriminatorie.Tuttavia, più recentemente, nella stessa manovra dove è stato inserito il riconoscimento del caporalato come reato, è stato introdotto un articolo che mina alla base tutti gli interventi di inclusione, di tutela  e di piena partecipazione dei disabili dando la possibilità alle imprese di assumere, in determinati reparti, un numero di lavoratori disabili maggiore rispetto ad altri comparti aziendali, permettendo la formazione di dipartimenti divisi all’interno delle aziende, dove potranno essere raggruppati i lavoratori con disabilità, creando emarginazione e ulteriori discriminazioni.  Occorre quindi insistere – e noi lo facciamo e lo faremo – sulla necessità di ritornare seriamente sulla cultura della sicurezza, salute, inclusione e tutela del lavoratore, soprattutto del disabile e invalido. Condizione necessaria è che questo Governo non si chiuda a riccio sui necessari interventi, agendo parallelamente su due piani principali e complementari. Da un lato si devono mettere in atto i necessari interventi per contenere la crisi economica e produttiva attuale e per offrire prospettive concrete di crescita per il futuro; dall’altro si deve intervenire sul piano fondamentale dei controlli sul territorio. Le norme esistono e devono essere correttamente applicate, a partire da quelle sulla prevenzione. Gli ispettori devono poter essere assunti e messi in condizione di lavorare, insieme a tutto il personale tecnico adibito alla prevenzione che deve formare e sensibilizzare lavoratori e committenti.Dobbiamo tornare ad una politica del lavoro condivisa e seria, ad una politica unita, che non veda la salute, la sicurezza e il benessere dell’individuo sul lavoro, come un mero  costo o impedimento burocratico, bensì come un fattore di crescita economica, un’opportunità di maggiore impulso alla produttività, nel rispetto della vita del lavoratore.

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