venerdì, 23 settembre 2011

Il Partito al tempo dell'antipolitica

Lunedì ho partecipato ad un'interessante seminario, "I partiti e lo spirito della Costituzione", che ha visto confrontarsi il Pd, da Bersani a Franceschini, da Finocchiaro  a Tocci, da Cuperlo a Violante, presidente quest'ultimo del Forum per la Riforma dello Stato, con tre dei maggiori costituzionalisti: Cheli, Dogliani e Onida.

La riflessione che ne esce è quella di un momento di svolta in cui il Pd, l'unico partito politico deputato per Dna a sopravvivere oltre il leader di turno, deve riuscire a trovare il modo di dialogare con quelle autonomie, e vincere così la sfida dell'autorevolezza su cui si gioca la grande partita dell'antipolitica.

Il partito politico secondo lo spirito della Costituzione - l'intervento di Luciano Violante

1. Il colloquio di oggi costituisce un contributo di natura prevalentemente costituzionale alla conferenza programmatica del Partito Democratico. Abbiamo chiesto ad alcuni tra i maggiori costituzionalisti italiani di aiutarci a ricostruire, con relazioni e con interventi, la nozione di partito politico moderno alla luce della Costituzione.
 
Li ringraziamo per la loro disponibilità.
Questo colloquio era stato deciso, naturalmente, prima degli ultimi tre giorni. Ma la crisi di credibilità in cui il Paese è precipitato non è estranea alla discussione perchè ci sollecita ad assumere comportamenti e a darci obbiettivi coerenti con la gravità del momento.

Il colloquio ha come titolo "I partiti e lo spirito della Costituzione".
"Spirito della Costituzione" è certamente una espressione controversa; ma nessuno potrà negare che esso comprenda il senso complessivo della Costituzione, l'insieme dei suoi valori, delle sue istituzioni e delle sue regole.

Richiamarsi allo spirito della Costituzione indica due prospettive distinte e concorrenti tra loro: vedere nella Costituzione le radici della democrazia italiana e richiamare i limiti costituzionali come confini invalicabili della lotta politica.
Non c'è in queste affermazioni alcun bigottismo costituzionale.

Assistiamo quasi quotidianamente ad un uso puramente della Costituzione a volte come mezzo della lotta politica e altre volte come terreno di svolgimento della tattica politica. I valori, le istituzioni e le regole fondamentali rischiano logoramenti e banalizzazioni. Il costo di trovarsi senza bussola, con una carta fondamentale degradata a livello di circolare prefettizia può essere altissimo.

E' come se una popolazione consumasse il grano che dovrebbe seminare senza porsi il problema della sopravvivenza.
E' nostro compito riaffermare, con concreti comportamenti politici, la funzione legittimante della Costituzione e, insieme, regolatrice nei confronti delle forze che si muovono sul terreno politico. L'esercizio dei diritti dei cittadini, l'adempimento dei loro doveri e i caratteri democratici del sistema possono essere garantiti solo se la lotta politica e l'esercizio del potere politico si svolgono all'interno dei confini della Costituzione.

E quindi solo se i partiti, soggetti di quella lotta e titolari di quel potere, si muovono nello spirito della costituzione.
Fuori da questo terreno c'è solo la dissoluzione della Repubblica, travolta dalla barbarie di una lotta senza regole tra poteri e tra istituzioni.

2. La crisi dei partiti politici italiani è iniziata, probabilmente, con la fine del progetto di Aldo Moro. Non sappiamo se avrebbe avuto successo. Ma si trattava di un tentativo estremo di ridare legittimità ai partiti attraverso una più ampia rappresentatività del sistema politico.

L'assassinio bloccò l'evoluzione di quel progetto e lasciò l'Italia priva di una strategia. Nessun partito si preoccupò del futuro Molti reagirono alla progressiva dissoluzione del loro patrimonio di credibilità e al conseguente indebolimento della capacità di indirizzo morale e ideale nei confronti dei cittadini, tentando di mantenere la presa sulla società mediante la intensificazione di pratiche clientelari, richiami retorici, occupazione delle istituzioni pubbliche e negoziazioni corruttive.

Si aprì il vuoto della politica e cominciò a manifestarsi un paradosso, che dura tutt'ora, icasticamente definito come "partitocrazia senza partiti". Le vicende che sfociarono in Tangentopoli riguardarono, per forza di cose, soprattutto i partiti che avevano responsabilità di governo, ma progressivamente la spirale dell'antipolitica che ha coinvolto tutti.

Quel vuoto della politica e dei partiti è stato riempito dalla vittoria dell'on. Berlusconi nelle elezioni del 1994. Per la prima volta assumeva responsabilità politiche e costituzionali di primo piano una personalità che non veniva dalla politica, ma dal mercato e che nella politica portava forme organizzative, comportamenti e principi estranei alla nostra tradizione e refrattari ai principi del costituzionalismo.

Questo accadde perchè politica e partiti non furono in grado di capire che la posta in giuoco nel 1994 non era solo la vittoria elettorale, ma anche una alternativa di sistema tra un modello politico e un modello antipolitico per il governo del Paese.

Le vicende degli ultimi 17 anni sono state alterne, si sono succeduti governi di diverso colore, si sono alternate politiche di segno diverso, ma la spirale dell'antipolitica e del populismo, che costituiscono due facce della stessa medaglia, è andata avanti inesorabilmente con i suoi corollari: la storia repubblicana ridotta a una sequenza interminabile di pratiche consociative, la redazione della Costituzione presentata come puro patto partitocratico, il partito politico come sentina di tutti i mali, il parlamento come circolo di viziosi perdigiorno lautamente retribuiti.

Nella pratica quotidiana la riflessione critica è stata spesso soppiantata dalla banalizzazione del "senza se e senza ma", la partecipazione popolare è declassata a rito di potere, la lingua della politica si nutre di asserzioni prive di argomentazione. La domanda di coerenza tra comportamenti dei politici ed etica pubblica è spesso liquidata come richiesta proditoria.
Una delle principali conseguenze è stato lo spappolamento dei legami sociali.

Devo dire, riflettendo criticamente sui nostri governi, che probabilmente neanche noi in quegli anni avvertimmo la gravità dei processi che avanzavano sopra e sotto la pelle del Paese. Credo che l'unico tentativo per costruire stabilità istituzionale e civiltà di relazioni politiche sia stata la Commissione bicamerale per le riforme costituzionali. Non parlo del merito, anche perchè alcune di quelle proposte erano poco condivisibili. Parlo dello spirito che animava quell'esperimento e dei risultati che avrebbero potuto seguire.

Questa considerazione nulla toglie ai meriti di quei governi e tuttavia ci sollecita ad una vista più lunga per il futuro, che speriamo prossimo.

3. La legge elettorale del 2006, tagliando i rapporti tra Parlamento e società, ha sciolto i vincoli della rappresentanza, ha recintato la politica nazionale tagliando il principale ponte con la società e ha sancito anche formalmente l'era di una democrazia oligarchica con conseguenze non secondarie sul ruolo dei partiti e sulla funzionalità delle istituzioni.
Le conseguenze sono sotto i nostri occhi.

La cosa più facile, a questo punto, sarebbe dare tutta la colpa a Berlusconi e Bossi, sostenere che tutto si risolve con un cambio di governo. Un cambio di governo è certamente necessario e non più rinviabile.
Tuttavia non dobbiamo cadere nello stesso errore in cui molti di noi caddero ai tempi di Tangentopoli, quando, accecati dalla possibilità della vittoria, perdemmo di vista la crisi di sistema.

Oggi ci troviamo in una fase per alcuni aspetti più grave. Il processo di delegittimazione colpisce non più questo o quel partito, ma la politica nella sua interezza, la sua credibilità, la sua capacità di rappresentare il popolo e rispondere alle sue domande. La crisi economica si è intrecciata alla polemica contro la casta e ha reso credibile l'idea per la quale la crisi si risolve penalizzando chi opera nel sistema politico.

Addirittura questa opzione è diventata in settori non piccoli della popolazione e dei mezzi d'informazione una priorità rispetto alla stessa risoluzione della crisi.

La drammaticità del momento che viviamo è determinata dal fatto che possono mettersi in movimento tendenze autodistruttive del sistema. Anche nelle prossime elezioni politiche, come in quelle del 1992, sarà in gioco oltre alla vittoria di una coalizione sull'altra, la competizione tra politica e antipolitica. Ma l'antipolitica, oggi, è più pericolosa perchè ha preso le vesti di tendenze autodistruttive del sistema.

Da questa crisi non si esce con la tattica, né inseguendo l'antipolitica.
L'antipolitica, se ha un consenso vasto, e oggi questo consenso vasto c'è, non è solo un vizio; è anche un sintomo e inoltre si presta a un rischio.

E' sintomo della sfiducia nei confronti della politica. Il rischio è l'ingenuità: pensare di combatterla inseguendola sul suo terreno senza sapere che la china è sempre più scivolosa si conclude con la fine del sistema democratico.
I vizi vanno combattuti, non cercando soluzioni fantasiose ma riscoprendo la funzione costituzionale della politica, dei partiti, della rappresentanza, della decisione, delle istituzioni.
Le forze più responsabili sono chiamate ad un impegno strategico. Individuare i vizi veri della politica, combatterli innanzitutto dentro noi stessi, proporre credibili e rigorose vie d'uscita. La crisi insomma riguarda anche noi e non ne usciamo nè considerandoci estranei nè tentando di assecondare la vulgata. Si può uscire, invece, ricostruendo un rapporto di fiducia tra i cittadini e la politica.

4. Ho parlato di ricostruzione del partito politico.
Nato da appena tre anni il PD ha nel suo DNA questo obbiettivo e sta lavorando con capacità di analisi e impegno organizzativo per un partito capace di rispondere, con i nostri valori, alle funzioni che la Costituzione assegna al partito politico.
Nella curva degli anni Novanta le trasformazioni più profonde hanno riguardato proprio i partiti politici scivolati da Kelsen a Schumpeter.

Secondo Kelsen "solo l'illusione o l'ipocrisia può credere che la democrazia sia possibile senza i partiti politici".
Secondo Schumpeter i partiti sono, in pratica, agenzie elettorali che convocano gli iscritti solo episodicamente per acclamare il leader di turno e fanno ampio ricorso all'outsourcing delegando a terzi funzioni e servizi.
Al modello di Kelsen corrisponde il politico di professione. Al modello di Schumpeter corrisponde il politico di carriera.
E' possibile tornare, con le correzioni del caso, a Kelsen e cioè a un modello di partito capace di un rapporto vitale con il proprio popolo e con le istituzioni?
Le relazioni, il dibattito la relazione di sintesi e, infine, le conclusioni di Pier Luigi Bersani ci aiuteranno a trovare una risposta.

Io spero che i partiti politici, non solo il PD, ma prima degli altri il PD, comprendano che hanno bisogno di riprendere un rapporto continuativo e permanente con gli intellettuali, con le donne e gli uomini di cultura, non per servirsene in occasione delle scadenze elettorali, né per esigere un sostegno acritico alla proprie posizioni, ma per conoscere la realtà, capire il senso di marcia della società e per interpretare i fermenti che corrono sotto la crosta dell’apparenza, per avere tutte le letture possibili dei processi sociali, per individuare la gerarchia dei problemi e adottare le soluzioni più adeguate.

Dall’agenda politica è del tutto scomparsa la riflessione sul ruolo degli intellettuali in un sistema democratico.
I partiti politici hanno smesso di avere relazioni permanenti e continuative con registi, scrittori, poeti, giuristi, economisti e altri professionisti del lavoro intellettuale, con coloro insomma che sono capaci di leggere nella vita le tracce dei rischi e delle opportunità.

Questi rapporti sono stati sostituiti dalle Fondazioni politiche, luoghi legati all’autorevolezza e al prestigio di una o più personalità politiche ma non alla strategia di un intero partito politico. Le fondazioni per un verso confermano la necessità di un rapporto permanente tra politica e intellettuali e per altro verso sono il frutto dell'affievolimento del partito come soggetto capace di dare a se stesso una funzione storica.

Il fenomeno delle Fondazioni è positivo per la politica e per la cultura, ma non può esaurire il rapporto tra l'una e l'altra. Man mano che i partiti si daranno un orizzonte strategico e di valori, tornerà a crescere il rapporto tra politica e cultura perchè questo tipo di orizzonte è l'unico che può garantire un ruolo agli intellettuali.

Non si tratta, naturalmente, di tornare al modello dell'intellettuale perenne giustificatore e propagandista delle scelte del partito; quel modello fa parte di un'altra stagione. Si tratta, invece, di scoprire come in reciproca autonomia coloro che hanno responsabilità politiche e coloro che hanno responsabilità intellettuali possano collaborare nell'interesse del Paese.
5. Forse la rottura del rapporto tra politica e intellettuali è cominciata negli anni del terrorismo. In quel terribile decennio è stato schiacciato il senso stesso del pensare criticamente, che è proprio della funzione intellettuale.
Non avemmo in quegli anni duri la possibilità di essere lungimiranti.

Pensare criticamente nei confronti delle condizioni politiche e sociali del Paese veniva quasi automaticamente interpretato come schierarsi contro lo Stato, che in quel momento era impegnato in un micidiale scontro per la salvaguardia della democrazia.
Il resto è stato determinato dal progressivo indebolimento della politica.

Oggi dal Parlamento sono pressoché scomparsi i filosofi e gli storici. Se ai partiti politici interessa essenzialmente il presente, ciò che serve non è il filosofo o lo storico, che ragiona sui tempi lunghi, ma qualcuno capace di una dichiarazione di trenta secondi per il telegiornale delle venti.

D’altra parte la contrapposizione permanente e pregiudiziale tra maggioranza e opposizione spegne il ruolo del politico-intellettuale che per sua natura schiva le gabbie del pregiudizio.

Ed è strano che il dialogo tra maggioranza e opposizione fosse assai più sviluppato all’epoca delle grandi contrapposizioni ideologiche di quanto non sia oggi nella cosiddetta età postideologica.

Per ideologia si possono intendere due cose molto diverse tra loro. O il credo cieco produttore di servilismi, come quelli responsabili di molti dei crimini del Novecento; oppure il sistema di ideali e di valori che ha consentito per molti decenni alla politica, non solo italiana, di muoversi in vista di interessi generali e di obbiettivi di portata storica.
E’ bene che il primo tipo di ideologia sia caduta; è un male che abbia trascinato con sé anche buona parte della seconda. In realtà, a ben pensarci, ma il tema meriterebbe ben altre riflessioni, c’è stata una riconversione dall’ ideologia del nemico esterno, il comunismo e il capitalismo, alla ideologia del nemico interno, l’appartenente alla coalizione avversaria, indicato come fonte di tutti i mali.

Ieri non si doveva dialogare con il regime sovietico o con gli Stati Uniti, a seconda dell’opzione, ma si dialogava con l’avversario interno. Oggi il capitalismo è accettato, il comunismo è crollato. Ma, paradossalmente oggi c’è meno dialogo tra avversari di quanto ce n’era ai tempi della guerra fredda.

Permettetemi un riferimento di carattere puramente parlamentare che prova questa capacità di dialogo anche nei tempi più duri. Si tratta del basso numero degli scrutini segreti che si tennero in Parlamento nel corso della prima Legislatura (1948-1953), forse quella nella quale più duri furono lo scontro ideologico e l'alternativa di sistema. Lo scrutinio segreto è l'arma di cui si avvalgono le opposizioni per ostacolare la maggioranza o batterla nel segreto dell’urna, puntando sulle sue divisioni. Quando il voto segreto abbonda, è segno di un’intensa conflittualità politica; quando si tiene entro limiti ristretti è segno di una prevalente ed effettiva moderazione nei rapporti tra le forze politiche. Nella prima Legislatura, dal 1948 al 1953, in complessive 1114 sedute delle Camere, si tennero solo 175 voti segreti. Nella nona Legislatura, dal 1983 al 1987, fase di divisioni e di conflitti politici particolarmente intensi, soprattutto tra il PSI del primo governo Craxi e il PCI di Berlinguer e Natta, in 634 sedute si tennero, invece, ben 2485 voti segreti.

Oggi sempre più frequentemente l’opinione pubblica scopre la costruzione di nuovi nemici interni: l'avversario politico, innanzitutto e poi, a seconda delle mode, l’immigrato, il dipendente pubblico, il professore, l’élite, il magistrato, che costituiscono altrettante cause di distoglimento dai problemi profondi della società. In questo clima la volontà di dialogo è spesso demonizzata perchè comporta la legittimazione del nemico interno e ciascuno tende a presentarsi come titolare dell'unica possibile verità. Conseguentemente la critica non è richiesta, l'indipendenza di giudizio non è auspicata e l'intellettuale non è gradito.

Eppure oggi i partiti hanno bisogno della cultura più di quanto la cultura abbia bisogno dei partiti. Perciò l'impegno per la civilizzazione della lotta politica, che non può essere di un solo fronte, ma può partire anche da un solo partito dotato di adeguata rappresentatività e autorevolezza, è la premessa per un dialogo continuativo e rispettoso delle specifiche autonomie della politica e della cultura.

6. La Costituzione prescrive che i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche sono tenuti ad adempierle "con disciplina e onore".
Quello che vale per chiunque ricopra pubbliche funzioni deve valere anche per i partiti politici che attraverso le elezioni concorrono a designare i vertici politici delle pubbliche istituzioni. Però la responsabilità politica è la grande assente dalla scena delle istituzioni e dei partiti. Questo tema va affrontato senza furori giacobini, ma, per quanto ci riguarda, con la ferma consapevolezza che dobbiamo chiedere a noi stessi la medesima correttezza che chiediamo ai nostri avversari.
La responsabilità politica non può essere confusa con la responsabilità penale ed è cosa diversa dalla responsabilità morale. Il pangiuridicismo che sembra caratterizzare le relazioni nel mondo politico dipende anche dal fatto che, mancando le forme della responsabilità politica, ogni decisione in materia di responsabilità dei politici è affidata alle procure della Repubblica che sono così investite oggettivamente, non per loro colpa, del ruolo improprio di decisori della lotta politica. Credo che nessuno in questo campo ha fatto quello che ha fatto il PD; ma questo non ci ha autorizzato e non ci autorizza a sospendere ogni riflessione sul tema.

7. L'interesse nazionale deve tornare al centro dell'azione politica. Nella cosiddetta Prima Repubblica i partiti si scontravano su quale dovesse essere l’interesse nazionale del Paese in quel determinato momento storico; ma nessuno metteva in discussione che dovesse prevalere un interesse nazionale. Oggi, invece, sembra che questo problema non esista più.
Sembra che oggetto del conflitto tra parti politiche sia solo la individuazione dell’ interesse particolare che deve prevalere sull’altro: corporazioni professionali o aspiranti professionisti? Inseriti o precari? Anziani o giovani? Consumatori o produttori?.
Questo processo di frantumazione sociale si è sviluppato in modo particolare durante gli ultimi dieci anni, quando è sembrata prevalere l’idea che lo sviluppo della società dipendesse non dal perseguimento dell’interesse generale ma dal raggiungimento del massimo interesse personale, di ceto, di professione o di corporazione.

Alla frammentazione ha corrisposto un lessico dell’ostilità, autoreferenziale, divisivo, non incline al negoziato.
Il pagamento delle tasse, che è uno dei principali doveri di solidarietà civile, diventa “mettere le mani nelle tasche degli italiani”.

Gli evasori che hanno portato i soldi all’estero e che sono graziati con il pagamento di una misera percentuale hanno utilizzato lo “scudo fiscale” e la parola scudo richiama alla mente la difesa da un male iniquo, mentre si tratta di sottrazione al dovere di solidarietà fiscale che pesa su tutti gli altri cittadini.
E' preoccupante che queste espressioni siano entrate nel linguaggio comune di tutte le parti politiche, dei giornalisti e anche dei cittadini.

8. La ricostruzione del partito politico richiede la rianimazione dei concetti di identità e di appartenenza.
Abbiamo vissuto (certo non per responsabilità primarie della politica) circa trent’anni di pensiero debole, di decostruzione della realtà, di primato della interpretazione dei fatti sui fatti stessi, dell'apparenza sulla verità, di tendenziale equiparazione tra verità e menzogna, di un realismo che si identificava con la sostanziale immodificabilità del reale e sulla incompatibilità di qualunque processo emancipatorio.

Il postmoderno è stato liberatorio rispetto alle gabbie nelle quali ci aveva rinchiuso una modernità che aveva perso il respiro e stava precipitando nel bigottismo. Ma ora il postmoderno ha fatto il suo tempo. Ci vuole una nuova modernità che si impegni alla ricostruzione dopo la decostruzione. Non è utopia, nè sterile enunciazione programmatica. Una recente indagine demoscopica sulle parole del futuro ha visto risorgere termini come solidarietà, unità, bene comune e tramontare invece termini come individualismo, apparire, federalismo.

Ma il tramonto della frammentazione e il desiderio di una nuova ricomposizione sociale e politica non produrrà di per sé dei risultati se la politica non metterà in campo progetti di ricomposizione.

Si tratterà certamente di progetti diversi, a seconda delle diverse opinioni, ma è necessario che tutti puntino al superamento della frammentazione, alla riunificazione, alla restituzione del significato degli avvenimenti, e quindi delle parole che li definiscono, al primato di termini come responsabilità, valori, autenticità.

Il partito politico deve riprendere nel suo rapporto con la società la figura della narrazione, che è del tutto diversa dalla figura del mito.

Attraverso la narrazione il politico spiega il ruolo storico del suo partito, conferisce significato alla propria esperienza e, spesso, all’esperienza di chi lo ascolta.

A differenza del mito, che rappresenta una non-realtà, la narrazione contribuisce a creare una coscienza storica, mette in relazione esperienze, situazioni presenti, passate e future in forma di ‘racconto', le attualizza e le rende oggetto di interpretazioni e ricostruzioni.

La nostra narrazione respinge il mito, non si nutre di utopia, e' realistica. Si batte contro le disuguaglianze inique e per la diffusione del sapere. Non disprezza l'emotività, ma la media con fattori razionali e con simboli capaci di durata fondati su una memoria collettiva condivisa e coltivata.

Il partito politico riformista deve aspirare a ricostruire la storia, elaborare vicende, interpretare accadimenti, rievocare esperienze, conferendo loro un significato unitario. Permettere così a chi ascolta di ripensare le proprie vicissitudini ricostruendole, scoprendone il senso e le opzioni etiche. Per effetto della narrazione, accadimenti apparentemente lontani o opachi o marginali acquistano cittadinanza politica,conferiscono condivisione, continuità e unità.

La narrazione, in definitiva, è una modalità del discorso politico che da un senso all'identità e all’appartenenza e permette che entrambe abbiano un senso perchè le colloca dentro la storia e fuori del pregiudizio.

Vi ringrazio per l'attenzione.

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