giovedì, 28 luglio 2011
Dopo la pesante battuta d’arresto conseguente alla crisi del 2008-2009, l’industria chimica mondiale è tornata rapidamente a svilupparsi, tanto che nel 2010 ha segnato un +12% in volume grazie all’aumento dell’export e della domanda industriale, trainata in particolare da un importante settore quale l’auto. La crescita ha compensato ampiamente i cali registrati nei due anni precedenti.
Già nel 2009 si era assistito a una crescita diversificata che aveva favorito maggiormente alcune aree, la novità è che nel 2010 e con tutta probabilità anche nel 2011, la crescita è stata e sarà più diffusa.
Nella prima parte del 2011 la produzione chimica mondiale ha superato del 9% il livello pre-crisi (2007), grazie alla forte crescita nei Paesi emergenti e al significativo recupero della chimica europea, che si è portata nella media vicino, seppure ancora sotto, i livelli pre-crisi, con un’aspettativa di crescita nel 2011 di circa il 4.5% sul 2010.
Secondo il Chemicals Trends Report presentato il 23 giugno 2011da CEFIC (European Chemical Industry Council), la produzione chimica dell’Unione Europea è salita del 2.9 per cento nel mese di aprile di quest’anno comparato ad aprile 2010. Questi dati e delineano un modesto declino della produzione, una decelerazione dell’1 per cento rispetto al mese di marzo i cui livelli sono oltre quelli precrisi per la seconda volta quest’anno. I dati del primo trimestre dimostrano che la produzione chimica dell’Unione Europea è solo il 3,4 cento sotto il picco raggiunto nel 2008.
La crisi, tuttavia, non sembra avere compromesso la competitività europea, come testimonia l’ulteriore aumento del surplus chimico, pari a 47 miliardi di euro e in espansione di 4 miliardi rispetto al 2009, che rappresenta oltre un quarto dell’avanzo commerciale complessivo dell’industria europea.La forte ripresa indicata nell'ultimo report di CEFIC è motivata dalla combinazione tra una robusta crescita delle attività produttive e il buon andamento delle esportazioni di beni, tanto che la produzione chimica europea potrebbe ritornare sui livelli pre-crisi del 2007 intorno alla metà del prossimo anno. In particolare, la domanda di chimica sta beneficiando del buon andamento dei beni durevoli (veicoli, macchinari e attrezzature), mentre le costruzioni continuano a mostrare segni di difficoltà, anche se non mancano timidi segnali di ripresa. Preoccupazioni vengono invece dalla turbolenza finanziaria nell'eurozona e dalla continua pressione dei costi delle materie prime.
Per quanto concerne i mercati mondiali, l'Asia si conferma la locomotiva della domanda extraeuropea, in modo particolare la Cina. Anche in Europa centro-orientale la chimica, pesantemente colpita dalla crisi nel 2009 (-18%), ha beneficiato di una forte recupero (+16%). Decisamente contenuto, invece, il recupero del Nord America, +5%, ancora condizionato dai postumi dello scoppio della bolla immobiliare negli USA.
A dicembre 2008 l'Unione Europea ha approvato il pacchetto europeo "clima-energia", conosciuto anche come strategia "20-20-20" in quanto prevede entro il 2020 il taglio delle emissioni di gas serra del 20% ; la riduzione del consumo di energia del 20%; il 20% del consumo energetico totale europeo generato da fonti rinnovabili. Il pacchetto comprende anche provvedimenti sui limiti alle emissioni delle automobili e sul sistema di scambio di quote di emissione dal 2013 al 2020. Attraverso l’ Emissions Trading Scheme - strumento chiave della politica climatica europea- la UE intende rilasciare meno autorizzazioni dal 2013 in poi, in modo da raggiungere al 2020 un taglio del 21% dei livelli di emissione rispetto al 2005. In tale contesto si prevede l’estensione dei settori coperti dall’ETS anche al settore chimico.
L’estensione dello sviluppo sostenibile al settore chimico è centrale per una politica di settore e soprattutto fattibila, si consideri il caso di un’industria chimica olandese che prima utilizzava 9,9 milioni di litri di acqua al giorno e che ora è riuscita a riconvertirsi all'uso delle acque reflue domestiche, col risultato di aver ridotto del 65% il consumo di energia e di 500 tonnellate all'anno quello di sostanze chimiche (con un taglio corrispondente a 5.000 tonnellate di gas serra che prima emetteva).
La chimica in ItaliaL’Italia, che con circa 3.000 imprese, che occupano 115 mila addetti, ha realizzato un valore della produzione pari a 52,6 miliardi di euro nel 2010 (farmaceutica esclusa), è il terzo produttore chimico europeo dopo Germania e Francia.
L’industria chimica italiana è attiva in tutte le aree, dalla chimica di base a quella fine e specialistica.
Secondo dati 2010 di Federchimica, la produzione di chimica in Italia è suddivisa tra il 37 per cento di imprese a capitale estero, il 22 per cento di gruppi italiani medio-grandi con vendite mondiali superiori ai 100 milioni di euro e il 41% di PMI, attive soprattutto nei settori a valle.
Considerando le imprese con più di 10 addetti le Imprese chimiche innovative in Italia, dal 2000 al 2008 sono passate dal 50% al 67%, mentre le imprese con R&S intra-muros sono passate dal 38% al 47%.
Le PMI, si concentrano in
Polimeri Europa,società interamente controllata da Eni SpA è la prima industria chimica italiana per fatturato, volumi di produzione e numero di addetti. Opera prevalentemente in ambito europeo, ove detiene quote di mercato significative. Polimeri opera nella Chimica di Base - olefine, monomeri, aromatici ed intermedi (siti di Brindisi, Mantova, Porto Marghera, Priolo, Ravenna, Porto Torres); Polietilene (siti di Brindisi, Priolo, Ragusa, Ferrara, Porto Torres), Stirenici (siti di Mantova e Settimo Milanese), Elastomeri (siti di Ravenna, Ferrara, Porto Torres)..
Gli stabilimenti produttivi sono localizzati in Italia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Ungheria e Portogallo. La rete commerciale copre la totalità dei paesi europei, la Russia e l’Egitto.
I principali poli chimici italiani sono localizzati a: Porto Marghera, Mantova, Ferrara, Ravenna, Novara, Torviscosa (Udine), Livorno, Bussi (Pescara), Terni, Pisticci (Matera), Brindisi, Priolo (Siracusa), Gela (Caltanissetta), Ragusa, PortoTorres (Sassari), Assemini (Cagliari), Ottana (Nuoro).
La chimica è un settore ad elevata intensità di ricerca. Le spese di innovazione sfiorano i 950 milioni di euro (11.5% del valore aggiunto) e una quota maggioritaria è rappresentata dalla R&S intra-muros che ammonta a circa 570 milioni di euro.
Gli addetti dedicati alla ricerca sono quasi 5.000 con un’incidenza sull’occupazione chimica, pari al 4.1%, più che doppia rispetto all’industria manifatturiera (1.7%). L’industria chimica e farmaceutica copre l’8,2 per cento della spesa complessiva in R&S.
Dopo il pesante calo della produzione nel 2009 (-12%), la chimica ha chiuso il 2010 con un recupero significativo e superiore alle aspettative, +8%.
Il settore ha beneficiato del miglioramento della domanda interna (+14% in valore) ma soprattutto della forte ripresa dell’export (+26%). Infatti la chimica è l’unico comparto, insieme alla farmaceutica e all’alimentare, nel quale le esportazioni hanno già completamente recuperato il terreno perduto durante la crisi. La performance è positiva anche in termini di difesa delle quote di mercato mondiale. Tra il 2001 e il 2010 la quota della chimica è calata solo di 0.4 punti percentuali a fronte della perdita di oltre un punto del manifatturiero nel suo complesso.
Il deficit si concentra nella chimica di base e nelle fibre, mentre la chimica fine e specialistica risulta in avanzo dal 2005 (nel 2010 pari a 546 milioni di euro).
Nel 2010 il calo dell’occupazione risulta contenuto (1.4%), ma il ricorso alla Cassa Integrazione Guadagni, anche se in graduale rientro nel corso dell’anno, permane su livelli storicamente elevati (corrispondenti ad una quota sugli addetti del 4% circa), segno che vi sono casi di ristrutturazione aziendale e che il settore non ha completamente riassorbito gli effetti della crisi.
Per molte imprese chimiche la ripresa dei volumi non si è accompagnata al ritorno della redditività su livelli soddisfacenti e ciò desta preoccupazione alla luce dell’ulteriore ondata di rincari delle materie prime che sta denotando la prima parte del 2011. Tali criticità risultano esacerbate nei settori tipici del made in Italy (tessile, cuoio e calzature, legno e mobile) dove la recessione mondiale si è innestata su una situazione pre-esistente di diffusa fragilità economico-finanziaria dei clienti e ridimensionamento strutturale.
Federchimica ha realizzato, in collaborazione con Aispec e Avisa, un’indagine coinvolgendo le imprese di chimica fine e specialità a capitale italiano, secondo la quale la crisi del 2008-2009, più che generare vere e proprie discontinuità, ha accelerato tendenze precedenti.
Di conseguenza, le imprese che con più decisione avevano intrapreso un percorso di cambiamento
e ripensamento delle strategie aziendali prima della crisi, sono quelle che ne hanno sofferto meno e hanno colto più rapidamente le opportunità della ripresa. Alcune imprese segnalano di essersi persino rafforzate nella fase di crisi sottraendo quote di mercato ai concorrenti, fidelizzando i propri clienti, intraprendendo acquisizioni in Italia o all’estero a condizioni relativamente favorevoli. Anche in un’ottica di medio termine la difesa della redditività rappresenta una delle maggiori criticità per il settore per la combinazione tra elevato costo delle materie prime, forte pressione competitiva e scarso dinamismo del mercato italiano.
Il 61% delle imprese sta innalzando il livello di istruzione e formazione dei dipendenti ed è ritenuto
sempre più funzionale un modello di gestione delle risorse umane volto a creare condivisione degli obiettivi e responsabilità diffusa a tutti i livelli dell’azienda.
Nella prima parte del 2011 è continuata la crescita della produzione chimica ma con tassi
molto più contenuti in quanto lo sviluppo è sostenuto in Italia soltanto dalla domanda estera,
mentre – nella media dei settori – la domanda interna è stagnante ormai da molti mesi, dopo il
recupero dovuto alla normalizzazione dei magazzini.
I livelli produttivi nella prima parte del 2011 mostrano una crescita sull’anno precedente
condizionata dalla domanda interna limitata (+2,3%), tale il recupero, pur essendo molto più
pronunciato della media industriale, fa restare i livelli produttivi ancora del 10% inferiori a quelli pre-crisi.
Per quanto riguarda il mercato interno, gli effetti della crisi del 2008 si stanno facendo sentire anche sui comparti legati al consumo finale (ad esempio nella detergenza), mentre resta ancora molto depressa la domanda dei settori del Made in italy come il tessile, il cuoio-calzature e il mobile. La domanda dalla filiera delle costruzioni sembra aver raggiunto finalmente il punto di svolta inferiore del ciclo ma non è ancora in crescita.
Secondo gli Osservatori di Cgil Cisl e Uil le ore di CIG per l’industria chimica il mese di giugno 2011 se confrontato al mese di giugno 2011 segna un calo del 9,29%, si tratta comunque di ben 4 .042.064 di ore di CIG. Il confronto tra gennaio-giugno 2010 e lo stesso periodo del 2011 fa rilevare un calo delle ore di CIG pari al 22,75% per un totale complessivo di 27.451.004 ore di CIG.Per quanto riguarda la Cassa Integrazione ordinaria il calo nello stesso periodo è stato del 45,43%, quello della Cassa integrazione straordinaria del 13,43%, quello della Cassa integrazione in deroga del 5,28%.Particolarmente grave in questo contesto è la crisi degli stabilimenti produttivi della ex società Vinyls ( ciclo del cloro PVC), la più grande industria chimica italiana, con stabilimenti a Porto Torres (Sassari), Ravenna e Porto Marghera (Venezia) che si è protratta per due lunghi anni senza alcuna soluzione intergrale.
Dopo varie vicissitudini il 27 maggio 2011 si è svolto al Ministero dello sviluppo economico un incontro sulla situazione Vinyls, con la partecipazione di rappresentanti del Ministero, degli enti locali interessati, dei Commissari straordinari, rappresentanti dei sindacati nazionali, territoriali, confederali e di categoria, mentre nel corso di un incontro in data 19 aprile 2011 con le istituzioni locali interessate e le parti sociali il Ministro dello sviluppo economico ha reso noto che non sono state concesse al fondo Gita ulteriori proroghe dei termini e che si è reso necessario attivare soluzioni alternative.
Il fondo GITA, ultimo in ordine di tempo a dichiarare il proprio interesse per la Vynils è costituito, secondo notizie di stampa, in Svizzera nel paradiso fiscale e societario del cantone di Zugo, del quale non si conoscono gli azionisti, nato quattro giorni dopo il fallimento delle trattative con Ramco e presentatosi al bando con soli 660mila franchi svizzeri di capitale e un consiglio di amministrazione di due membri, non abbia costituito un azzardo oltre che una clamorosa perdita di tempo. E’ il caso di chiedersi se l’apertura di credito nei confronti del fondo GITA da parte del Ministro dello sviluppo economico non sia stata quantomeno azzardata.
Sempre nei mesi scorsi in uno dei prolifici comunicati del Ministero dello sviluppo economico si leggeva che “ per i siti eventualmente non ricompresi nell’offerta, saranno aperti tavoli di confronto finalizzati ad individuare soluzioni occupazionali ed industriali che interessino tutti i lavoratori. Per evitare il fallimento sono indispensabili fondi (100 milioni) per pagare gli stipendi e far partire il piano industriale, scongiurando l' ipotesi di uno «spezzatino» ai danni di Porto Torres e Porto Marghera.
Rimane aperto il quesito avanzato da noi e da più parti : per quale ragione ci si sia attivati per altre aziende in crisi come Parmalat mentre per la chimica non sono state percorse ipotesi industriali di salvataggio con gruppi del settore impegnando anche ENI nel rilancio dell'industria chimica nazionale. Con un’interrogazione presentata in data 28 giugno 2011 abbiamo chiesto al Ministro dello sviluppo economico:
- se intenda effettivamente impegnarsi a salvaguardia del futuro della chimica italiana, attraverso la salvaguardia di tutti i siti produttivi e l'adozione di un piano nazionale del settore che preveda investimenti in innovazione, incentivi volti al rilancio della competitività e per la salvaguardia dei livelli occupazionali;
- quali misure urgenti intenda adottare, con particolare riguardo all’impegno assunto per l’apertura immediata di tavoli di confronto finalizzati ad individuare soluzioni occupazionali ed industriali che interessino tutti i lavoratori.
Il Ministro non ha ancora risposto, intanto è di questi giorni la notizia che sembra essere definitivamente tramontata la possibilità di una cessione in blocco dei tre siti produttivi di Vinyls Italia, sostanzialmente per mancanza di acquirenti dopo il ritiro del gruppo Gita, mentre una soluzione sarebbe vicina per l'impianto di Ravenna, che potrebbe passare a Industrie Generali già in agosto o al più tardi a settembre, dopo aver ricevuto il parere positivo del Comitato di sorveglianza di Vinyls Italia.
Ma anche Industrie Generali, frena gli entusiasmi rilevando ch e non sono state ancora soddisfatte le due pregiudiziali per la chiusura dell'operazione poste ai commissari straordinari: l’insufficiente stoccaggio del monomero, e la definizione dei contratti di piattaforma con ENI.
Per quanto riguarda gli impianti di Porto Marghera rimangono solo ipotesi di lavoro: la cessione del solo CVM a un gruppo tedesco, oppure la riconversione alla chimica verde degli impianti veneziani. Ma si tratterebbe di progetti ancora tutti da valutare, anche sotto il profilo dei livelli occupazionali.
Secondo fonti sindacali, la partita di Ravenna è stata chiusa al ministero per lo Sviluppo economico in un incontro con i commissari straordinari di Vinyls. Lo stabilimento verrà rilevato tra
agosto e settembre dalla Igs di Varese.
Durante la riunione i commissari hanno evidenziato 2 punti rilevanti:
1. la possibilità di somme che potranno essere messe a disposizione dalle banche attraverso un “finanziamento ponte” legato alla cessione degli impianti di Ravenna, che serviranno a garantire gli stipendi arretrati di febbraio , marzo e aprile anche dei lavoratori di Porto Torres;
2. l’imminente prescrizione delle autorizzazioni relative alla Legge Seveso, che implicherebbero le operazioni di svuotamento degli impianti.
Attualmente è presente una manifestazione d’interesse da parte della multinazionale francese ARKEMA, con la prospettiva industriale di creare una filiera sarda del ciclo del cloro e quindi le condizioni per la continuità sul PVC. Ma è d’obbligo la cautela nel formulare un giudizio sulla concreta realizzabilità dell’obiettivo, considerato le esperienze deludenti di RAMCO e GITA e il fatto non trascurabile che la suddetta manifestazione d’interesse – nonostante la sua importanza – non è ufficiale perché giunta fuori termine.
In ogni caso entro il termine dell’ 8 settembre il ministero dovrà trovare, insieme ai commissari, una soluzione che deve individuare un acquirente certo e affidabile per la vendita degli impianti di Porto Torres e di Porto Marghera, altrimenti l’iter della procedura di amministrazione straordinaria della Vinyls dovrà obbligatoriamente concludersi con la liquidazione straordinaria o il fallimento dell’azienda.
Ma il bollettino di guerra della chimica italiana è lungo: il sito di Porto Torres presenta criticità strutturali non sostenibili nel lungo termine; a Priolo sono indispensabili interventi finalizzati al miglioramento dei cicli - soprattutto in termini energetici - ai fini del loro mantenimento; a Ragusa e Gela gli impianti di polietilene per tecnologia sono caratterizzati da particolare vetustà e da una scala troppo ridotta, inoltre le linee produttive sono penalizzate da una logistica molto sfavorevole.
A Brindisi il ciclo è basato su un cracker moderno e efficiente (ancorché di scala media) e su due linee di polietilene altrettanto moderne e efficienti. Il ciclo è completato da un impianto di estrazione butadiene penalizzato dalla logistica (la materia prima è in gran parte portata via mare, mentre il butadiene prodotto è trasferito, sempre via mare, a Ravenna). Il propilene è trasferito via tubo agli impianti Basell ivi ubicati. Il sito non presenta particolare criticità se non quelle - che potrebbero essere drammatiche -connesse al futuro di Basell.
Queste cifre richiamano a un’esigenza di fondo, quella di un piano per la chimica italiana che si fondi su interventi ecocompatibili e finalizzato alla difesa dell'occupazione.
E’ necessario un piano industriale di rilancio del settore affinché il paese torni seriamente a pesare nella chimica mondiale, diversamente perderemo un importante patrimonio di conoscenze tecnico-scientifiche.
C’è una stretta connessione tra dimensione industriale del nostro Paese e disponibilità di fonti energetiche a costi contenuti. Il nostro vincolo energetico, prossimo all'86%, non è eliminabile ma deve essere governato, per ridurlo o contenerlo, in modo che non gravi eccessivamente sull'economia del paese.
I consumi lordi di energia primaria del nostro paese nel 2009 dipendevano per il 40,64% dal petrolio, per il 35,43% dal gas naturale, totale più del 76%. Se si considera anche il carbone, la nostra dipendenza dai combustibili fossili si avvicina all’85%. Il costo finale dell'energia è del 30% più alto tra i paesi UE.
Dunque il contenimento dei costi energetici deve essere perseguito a breve anche attraverso la diversificazione delle fonti, l'uso intenso delle rinnovabili e l'aumento dell'efficienza energetica.
L'Italia deve dunque tornare a un serio impegno nel settore della chimica, in assenza del quale sarà inevitabile la deindustrializzazione con gravissime conseguenze sull'occupazione, sull'economia industriale, sulla bilancia commerciale dei pagamenti.
Non è più sufficiente sostenere a parole che la «chimica è strategica», è necessario passare ai fatti, la chimica è sempre stata leader e motore del Made in Italy perché alle spalle degli stilisti o del design industriale ci sono quasi sempre state le ricerche e l'innovazione in campo chimico.
Sono infine gravi sia il ritardo nella rivisitazione dei processi produttivi in chiave di sostenibilità ambientale, che la lentezza del sistema amministrativo e istituzionale che costringono i territori a sopportare pesanti impatti ambientali.
Occorre fare presto e bene perché il settore ha urgente bisogno di essere rilanciato con una «cura da cavallo» in investimenti per infrastrutture, sapere, brevetti, bonifiche, innovazione e ricerca, per restituire dignità alla chimica e quel ruolo da protagonista che le compete nello sviluppo economico e sociale del nostro paese.
L’attività parlamentare del PDPer questo abbiamo chiesto al Governo si impegni:
a convocare con estrema urgenza un tavolo generale di confronto per il rilancio della chimica italiana, che parta dal monitoraggio della situazione per tutti gli accordi di programma esistenti nei siti;
- a disporre che una quota parte significativa degli enormi dividendi che il Ministero dell'economia e delle finanze ricava dall'Eni sia destinata al settore per nuovi investimenti nelle produzioni e nelle eccellenze di mercato (politene, elastomeri, stirenici);
- a predisporre un impegno massiccio di investimenti in ricerca scientifica, formazione, innovazione anche estendendo il programma per l'innovazione del progetto «Industria 2015»;
- a predisporre misure fiscali di vantaggio - soprattutto nel Mezzogiorno e per un periodo limitato di tempo - a favore delle piccole e medie imprese (il 92 per cento del tessuto produttivo della chimica secondaria);
- a battersi in sede europea per interventi legislativi a sostegno di imprese e di poli chimici che rispettino le norme ambientali, evitando delocalizzazioni e trasferimenti in Paesi meno rigorosi nella regolamentazione ambientale e favorendo forme di agevolazione fiscale mirate alle imprese che hanno deciso di insediarsi nel nostro Paese;
- a incentivare fusioni e accorpamenti per favorire la crescita dimensionale delle piccole imprese per accrescerne la massa critica e la competitività anche utilizzando le risorse provenienti dalla Cassa depositi e prestiti;
- a ridurre il differenziale del costo dell'energia con gli altri Paesi concorrenti anche per mezzo della convocazione, come peraltro più volte annunciato dal Governo, della Conferenza nazionale sull'energia;
- a semplificare le procedure burocratiche autorizzative per facilitare investimenti e attrazione di capitali esteri, attraverso una riforma della pubblica amministrazione affinché sia più vicina a cittadini e imprese;
- a sviluppare le nuove tecnologie ambientali per bonificare e recuperare i siti ad una chimica «più verde» e attenta alla qualità della vita nei territori.
E’ positivo il fatto che il 27 giugno scorso, a Milano, è stata raggiunta un’intesa le associazioni imprenditoriali associate a Confindustria, Federchimica e Farmindustria, e i sindacati confederali di CGIL, CISL, UIL FILCTEM, FEMCA, UILCEM nel quale si prevede un impegno per rilanciare scelte di politica industriale utili a migliorare la competitività delle imprese (innovazione, qualità, organizzazione) e promuovere “un impegno supplementare sulla produttività del lavoro che rappresenta un elemento fondamentale della competitività”.Nel 2007 l’allora Ministro Bersani aveva avviato il tavolo nazionale per lo sviluppo ecocompatibile del settore chimico affermando che “nessun grande Paese industriale può prescindere da uno sviluppo del settore chimico e che in Italia dobbiamo organizzare una riscossa della chimica, proponendo una linea di investimenti, di forte innovazione e di piena compatibilità territoriale e ambientale. Per fare questo ci sono le risorse tecnologiche, industriali e organizzative. Il tavolo della chimica dovrà aiutare ad organizzare tali risorse”.
Il Governo allora si era impegnato per un miglior coordinamento delle proprie diverse funzioni e per l’attivazione dei nuovi strumenti di qualifica industriale. Per il raggiungimento di questi obiettivi si rilanciò allora l’Osservatorio chimico del Ministero. Il tavolo nazionale per lo sviluppo della chimica doveva essere lo strumento per definire le azioni a sostegno dello sviluppo del settore, la competitività delle produzioni e la crescita dell’industria italiana.
Poi è arrivato questo Governo- che ignora persino i sostantivi “politica industriale “ e “crescita”- che tutto ha fatto, nella crisi, tranne che occuparsi delle ricadute sui diversi settori, ha inseguito di malavoglia le crisi aziendali e i default di tante imprese, nella convinzione che bisognasse lasciar fare alla crisi, che la crisi avrebbe scremato, eliminato le imprese meno competitive. Così non è stato e l’Italia ha perso e rischia di perdere ancora settori industriali portanti per l’economia del Paese.
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