mercoledì, 4 maggio 2011

Decreto anti scalata per Parmalat - l'intervento in Aula di Laura Froner

"Signor Presidente, il disegno di legge di conversione del decreto-legge n. 26 oggetto del nostro dibattito e dei nostri emendamenti rappresenta un ulteriore esempio della mancanza di serietà con cui l'attuale Governo affronta questioni importanti per il destino economico e sociale del nostro Paese."

Ancora una volta dobbiamo porre l'attenzione in Parlamento ai vizi tanto di metodo quanto di merito di questo provvedimento perché il metodo dice molto dello stile operativo e della qualità d'azione del Governo, della sua serietà, affidabilità, credibilità, tutte voci che però non possiamo assolutamente riconoscere al Governo Berlusconi.
Il decreto-legge n. 26 potrebbe essere definito un «decreto rinvio» in quanto dà la facoltà di rinviare di ulteriori due mesi le assemblee societarie già convocate. Ora è evidente che il tempo in queste fasi di frizioni economiche e finanziarie può essere fondamentale per determinare equilibri futuri, ma rinviare non è sufficiente.
Oggi lo scenario è più internazionalizzato e più competitivo, oggi ci sono inderogabili esigenze di trasparenza. Riproporre la consueta nazionale politica del rinvio non pensiamo ci faccia fare passi avanti, piuttosto pensiamo ci faccia arretrare. Il Parlamento ha bisogno di un confronto aperto sugli indirizzi di politica economica ed industriale, e non può bastare un rinvio, come così come non è accettabile la minimizzazione del Ministro Tremonti circa il carattere generale ed astratto del decreto in esame.
Alcuni colleghi della maggioranza hanno riconosciuto nei loro interventi la Pag. 17settimana scorsa cosa c'è dietro questo decreto, ma, dal momento che siamo in un'economia aperta e libera, il Parlamento è il luogo ove dovrebbero essere chiarite le strategie che il Governo intende adottare.

Non sono cose da trattare con reticenza o dissimulazione; al contrario è proprio avviando una riflessione seria, aperta e franca sul futuro dell'industria italiana, sul tipo di posizione che il Governo pensa debba occupare l'Italia nella divisione internazionale del lavoro, che una comunità nazionale può crescere e maturare consapevolmente.

Ancora una volta invece ci troviamo di fronte a un decreto scritto in fretta e furia, l'ennesimo atto di un Governo incapace di prevedere e di programmare. Ma una politica industriale non si improvvisa, né tanto meno il diritto che ne scaturisce. Questo decreto-legge che parla degli organi di governo di società quotate rischia invece di compromettere la certezza di investimenti finanziari e industriali e quindi la certezza del diritto.

Quando non si ha una politica degna di questo nome, una strategia, quando si gioca solo in difesa perché non si ha la forza e la credibilità per costruire soluzioni innovative, allora si procede minando il campo, e in questo caso il campo del diritto societario, con il rischio che a saltare in aria non sia tanto il temuto avversario quanto noi stessi.

Proviamo a ricostruire brevemente il contesto che ci ha portato a questo punto. Nelle scorse settimane, in un'audizione qui alla Camera in Commissione finanze, il Ministro Tremonti rivendicava come questo fosse un provvedimento dal valore generale e astratto, e quindi valido per tutte le società. Conosciamo bene la disinvoltura del Ministro, ma non vogliamo che a cadere nel suo tranello siano tanti cittadini ignari e creduli disposti a riconoscere impegno e tutela degli interessi nazionali dove invece ci sono stati per troppo tempo sciatteria e disinteresse.

Se le cose stessero infatti come vorrebbe il Ministro, come giustificare la necessità, l'urgenza e la fretta di un decreto-legge che rinvia assemblee societarie che sono già state convocate? È evidente che questo provvedimento è figlio di una scalata ostile di una multinazionale francese verso una multinazionale italiana.

Ecco allora che ricostruire un po' di passaggi nella vicenda Parmalat aiuta a dare una valutazione più corretta e puntuale sul provvedimento.
Da tempo si sapeva l'intenzione dei Fondi di dismettere la propria quota nella multinazionale di Collecchio, da tempo si sapeva l'incertezza sul futuro assetto di Parmalat sul quale venivano fatte sempre molte ipotesi ma tutte senza seguito effettivo e senza fondamento.

Da tempo e per tempo l'amministratore delegato di Parmalat, Enrico Bondi, aveva avvisato i signori dei palazzi romani cercando un'interlocuzione seria, vera, efficacia ed efficiente con il Governo, ammonendo circa la vera necessità ed urgenza di dare a Parmalat un assetto stabile in grado di farla crescere e di salvaguardare l'unità del gruppo, e soprattutto i legami fortissimi con il territorio e con tutta la filiera produttiva; invece, eccezione fatta per il sottosegretario Gianni Letta, ha trovato un Governo latitante e un Presidente del Consiglio impegnato con altre urgenze e altre emergenze, quali quelle sue personali e private, quelle che riguardano i suoi rapporti con la giustizia.

Questo decreto è la dimostrazione che il Governo non ha mai avuto la testa sulla filiera agroalimentare nonostante che per sei mesi il Presidente del Consiglio abbia anche assunto l'interim del Ministero dello sviluppo economico, e questa purtroppo è l'altra latitanza che paghiamo. Non c'è dubbio che nella questione Parmalat noi paghiamo l'assenza di un vero Ministro dell'industria, troppa disattenzione, troppa negligenza, e purtroppo anche il Ministro Romani che è seguito all'interim non ha finora dimostrato un grande impegno nell'avviare politiche industriali.

Da questo Governo sembra, quindi, che non riusciremo mai ad avere una politica industriale degna di questo nome, una politica industriale che sappia coniugare vocazioni dei territori ed eccellenza dei settori, una politica che sappia ricostruire per il Paese Pag. 18quei vantaggi competitivi che ha perso negli ultimi dieci anni, governati quasi ininterrottamente dalla destra.

Ormai sempre più italiani si rendono conto che, da questo Governo, non potrà mai venire una politica per la crescita che ci consenta di superare il declino e di tornare a far grande l'Italia. Sono tre anni che viviamo di annunci, di promesse e di ricette per il rilancio dell'economia e dell'industria italiana.

Tuttavia, non sarà mai sufficiente l'attivismo frenetico e frettoloso del Ministro dell'economia e delle finanze di cui è frutto questo decreto-legge, ma anche quello che possiamo considerare strettamente collegato, ossia il decreto che modifica la «destinazione» d'uso della Cassa depositi e prestiti e di cui hanno parlato i miei colleghi. Dopo questi tre anni, sebbene sistematicamente vi siate sottratti a confronti aperti sulle linee e sulle strategie di sviluppo e crescita, noi possiamo dire che abbiamo maturato una certezza: con voi l'Italia arretra, il sistema industriale perde competitività, le istituzioni perdono credibilità, le nostre imprese sono a rischio di colonizzazione.

Distratti degli affari privati del Presidente del Consiglio da un lato, dalla lobby delle quote latte dall'altro, vi siete fatti cogliere alla sprovvista, eppure, come ho già detto, vi erano già stati avvisi da più parti. Ai colleghi della Lega Nord Padania è opportuno ricordare che, se c'è una azienda che ha tratto origine e sviluppo proprio dalla laboriosità dei lavoratori e delle lavoratrici della pianura padana, questa è la Parmalat.

E cosa ha fatto, invece, in tutti questi anni il partito sedicente della tutela della promozione degli interessi padani? Si è, forse, occupato di promuovere una cordata di soggetti in grado di tutelare e salvaguardare la filiera produttiva del latte facente capo alla Parmalat? No, perché alla Lega Nord Padania non interessa Parmalat, ma le «quote latte». Questo è il modo lungimirante della Lega Nord Padania di rappresentare gli interessi del nord.
Vi è una contraddizione insanabile tra quello che, da qualche anno, predica Tremonti e quello che, da venti anni, predica la Lega Nord Padania, tra il recente europeismo di Tremonti e il vecchio antieuropeismo della Lega Nord Padania.

È anche a causa di questa contraddizione che il Governo si trova impantanato, senza una politica industriale e di sviluppo. Ora, però, questi nodi stanno venendo al pettine. Il Ministro Tremonti deve scegliere se è d'accordo con l'ideologia leghista del piccolo e bello, con i piccoli egoismi delle quote latte, con il provincialismo antinazionale della piccola proprietà padana, oppure se è d'accordo con quello che vede quando va al G20, in Cina o a Bruxelles, a trattare la posizione dell'Italia e non quella della Padania. È chiaro che, se l'ideologia è quella del «piccolo è bello», ci si occupa solo delle piccole quote latte e ci si disinteressa completamente della grande quota Parmalat e quando arrivano i francesi si è totalmente impreparati.

Allora è bene deporre ciascuno le proprie armi retoriche ed i propri calcoli di convenienza a breve periodo e domandarsi di che cosa ha bisogno il Paese. Se c'è bisogno di curare e potenziare la filiera produttiva del latte e, in generale, quella dell'agroindustria, noi ci siamo; se si devono fare operazioni di sistema che non hanno il senso di socializzare le perdite e di privatizzare i profitti, ma quello di promuovere e tutelare il principio costituzionale della funzione sociale della proprietà, noi ci siamo; se fare operazioni di sistema significa mettere know-how industriale e patrimoniale a servizio della comunità nazionale, noi ci siamo.

Il Partito Democratico c'è perché siamo una forza responsabile e nazionale. Quello che non ci si può chiedere è di assecondare a scatola chiusa istituti e metodi che consegnano alla totale discrezionalità del Ministro la determinazione di scelte di lungo periodo, di scelte strategiche nella definizione dei poteri del capitalismo italiano.

Ecco, quindi, la ragione dei nostri emendamenti che puntano a modificare l'articolo 2364 del codice civile. Il nostro Paese è già fin troppo ricco di incertezze giuridiche che allontanano e fanno fuggire gli investitori; non abbiamo sicuramente l'esigenza di introdurre un'ulteriore discrezionalità e proponiamo, quindi, di rendere permanente il termine di 180 giorni in modo da garantire la massima accessibilità dei soci alle assemblee delle società quotate. Ma vogliamo anche che il Governo e la maggioranza vadano oltre, depongano le loro parole d'ordine, come dicevo prima.

Oggi, per restare sul settore agroalimentare, se le grandi imprese italiane non hanno legami forti con la grande distribuzione, rischiano di essere tagliate fuori, di vedere ridursi e non ampliarsi le proprie quote di mercato e questo solo in parte per una scelta che potrebbe richiamarsi al mercato. Mettere insieme produzione e distribuzione è un classico esempio di operazione di sistema.

Lavorare per un'alleanza tra industrie familiari di produzione e grande distribuzione è fondamentale. La globalizzazione è anche la globalizzazione agroalimentare. Se il mondo è diventato più piccolo, le aziende sono invece diventate più grandi in termini di reti, di clienti, di fatturato, di capacità produttiva. Noi quindi dobbiamo compiere ogni sforzo per favorire e promuovere processi di aggregazione. Non c'è dubbio che il ritardo con cui si è mosso il Governo abbia avuto un serio e significativo peso per il ritiro dalla contesa prima di Ferrero e poi di Granarolo.

Sì dunque ad un grande polo del latte che garantisca la giusta remunerazione del lavoro e la reale qualità al consumatore. Sì ad una maggiore sinergia tra produzione e distribuzione, con l'obiettivo di fare sistema e di far crescere l'intero sistema Paese. Sì ad un impegno comune su queste direttrici con la garanzia tuttavia di una costante e permanente vigilanza da parte degli organi parlamentari (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

 

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